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Fino ad oggi hanno attraversato lo specchio *loading* passanti

© Elos 2004/2008. Tutto il materiale qui pubblicato è proprietà intellettuale dell autore. Come tale non può essere riprodotto, tutto o in parte, senza preventivo consenso dell autore stesso.



giovedì, 19 novembre 2009
 


Un inizio (in risposta ad A. R.)




Descrivimi un prato.
Descrivimi il primo prato che hai visto.
Descrivimi l'ultimo prato che hai visto.
Descrivimi un prato che non hai mai visto.
Descrivimi un prato visto da un altro.
Descrivimi un prato che non sai se esiste.
Descrivi l'aria che respiri.
Descrivi il tuo respiro.
Descrivi il respiro.
 


L'ULTIMO PRATO CHE HO VISTO

 
Evidentemente il ricordo ha una traiettoria in salita. Il prato é a quattromila metri d'altezza, il lago al centro come un punto di raccolta dell'immaginario,ci sono donne invisibili che danzano- l'unico animale disteso al fuoco ascolta il rumore della goccia.
Le lacrime ad alta quota formano laghi vecchi millenni.
 

UN PRATO CHE NON HO MAI VISTO

 
Il primo prato era un sogno. Ci si arrivava percorrendo un terreno a zolle che pareva aiutare i passi ad evitare la ripetizione, oltre ongni linea. Nessun rumore. Nemmeno i rimbalzi del gioco sulle teste dei giovani pulcini, né il rumore del mare lontano. Diceva: continuiamo,Mariasole. Il mare é poco oltre il dirupo.Sapevo che era morto.Tornava sempre così, i primi tempi. Poi un giorno ha lasciato la coppola sulla sedia impagliata e se n'é andato.
Se il mare é poco oltre il dirupo, perché non ci buttiamo giù dal dirupo,nonno? Non faremmo prima?

Che c'importa di fare pirma?Il mare ama la pazienza. Credi che a lui piacciano i tuffi dei ragazzi?
L'uomo, và risvegliato. Il mare non ha bisogno di questo.
Quel prato era un pretesto, era l'attesa e la fatica prima dell'acqua. Io saltellavo, giravo attorno, raccogleivo piccoli frammenti d'erba e di corteccia, intrecciavo i fiori alle formiche, le prendevo per mano.
Camminammo per ore,fino alla dimenticanza, al punto in cui io non sapevo più cosa stessimo cercando e lui poteva finalmente ridere senza l'interruzione dei perché.
Stiamo salendo, dice il nonno. Lassù giocheranno.
 Li vedo, li posso vedere! Ora salgo!
 Era una parete scoscesa, una piccola collina d'erba a cui si poteva salire solo sostenuti da un corda-e una corda, in sogno, é il filo leggero che si tira dai bacelli di pisello. Io non ho forza. Arranco,aggrappo, tiro -e ad ogni passo sprofondo, retrocedo, il nonno bestemmia,bestemmio anch'io, il nonno piange. Io no.
 E ora che dobbiamo fare? Il giro stabilito. Il giro, il giro lungo. Le barche ci aspettano.
 

L'ultima scena é un campo da calcio ed io con la palla sulla punta che vortico e vortico e piroetto. E mentre il gioco si fa intento, qualcuno grida: Sole! Mi avvicino alla rete, spingo l'occhio,l'udito e tutto ciò che sta nel mezzo. Lui é lì, con la sua coppola e le mollette ai pantaloni per non bagnarli. Ma ci entra tutto. Senza neppure girarsi. Né tornare.

 
 
UN PRATO VISTO DA UN ALTRO
 
Il Signor X ha le mani fasciate e il cuore cupo, gli occhi aperti, spalancati. Al prato c'era arrivato dal centro della terra, riemerso quasi per un errore, l'intuizione che dagli Inferi spinge a cercare l'alternativa. Tende la mano, l'erba é soffice,i fiori piccole increspature del terreno. La bellezza é a colori e non ha sangue.
Conosco solo ciò che conosco. Ancorato, so solo questo, il mio inferno di fuoco, l'acceso,i megafoni e le urla. Conosco solo ciò che conosco, ancorato. Resto, vado.  E ora che il signor x ha scelto di uscire-e vede i fiori, e la nube bianca, e la corolla, non ha mani per raccoglierle. China il capo all'ultimo tronco,congiunge le bende, e comincia a pregare di poter tornare là dove non c'era fiore, né prato, né bellezza, là dove le mani fasciate potevano almeno nutrire la speranza del fuoco.
 

 

L'ARIA CHE RESPIRO
 
Oggi é inverno. Nella casa dai soffitti bassi l'aria é immobile poco sopra la mia testa. Stenta a scendere, resta sospesa, mi chiede di tendere il collo al primo respiro. L'aria é polvere. La sintesi della sua mancanza.
 

 

DESCRIVI IL TUO RESPIRO
 
Il mio respiro é convesso,ritmico solo quando si apre per pensare al successivo. Quanto vorrei, fosse liquido, aria addolcita e mescolata agli umori. Vorrei fosse aperto, accogliente, il mio respiro trema, perennemente in attesa di uno spazio cavo a cui poter attingere un po'. Aria. Dov'é c'é l'aria c'é la possibilità della gioia.
 

 

DESCRIVI UN PRATO
 
Aprile era appena scivolato via. I bambini dei sottoscala giravano in tondo alla ricerca di chi s'era nascosto. C'era solo spazio aperto, il verde chiaro che attendeva la sfumatura dei fiori. Non c'erano alberi né rami, né animali da cortile. Un unico spazio deserto però vivo, lucente,che solo ad un luogo pieno é possibile il nascondiglio. Per parlare dei prati é necessario parlare d'infanzia, come se entrambe le cose vivessero l'uno dell'altra, indissolubilmente legati. Amanti perfetti.(...)
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sabato, 14 novembre 2009
 

Effetto notte





Com'é possibile che non stia accadendo assolutamente niente? Che la bile si sia modificata per adattarsi a digerire la merda-e magari chiederne ancora, e ancora?
Nell'ultimo respiro di Godard, lei chiede  lui: Tu cosa sceglieresti, tra il dolore e il nulla?
Il dolore é compromesso-risponde. Sceglierei il nulla.  O il nulla, o tutto.

Il dolore, la desolazione, é compromesso. Sia nulla, se dev'essere,ma non sia il cuscino del piccolo pianto digeribile.
Qui non si tratta di sviste, né di errori umani quotidiani, si tratta di progetti disgustosi.
Ieri chi mi sta a capo diceva gongolandosi: "Ah! Finalmente qualcuno che fa una cosa buona! Erano troppo lunghi,i tempi morti, i giudici rossi,gli  scansafatica fannulloni, finalmente si prendono le cose di pugno."
Deboli considerazioni che però racchiudono in punta finale un sacrosanta verità: l'uso del pugno. Del pugnale, la volontà di entrare senza chiedere permesso, usare il consenso immaginanto come pretesto al ribaltamento.
In quanti dicevamo, già a quindici anni, questo é un paese di merda? In quanti -e ci dicevano sei giovane e imbecille, cresci e vedrai che ti piacerà stare qui, che la smetterai di lamentarti inutilmente. CI si deve adattare.  In quanti? Tropp, per essere tutti imbecilli dall'occhio pigro. Molti di noi se ne sono andati altrove. Pochi fra noi, partiti, hanno sognato il ritorno.
Io non me ne vado. Resto,resisto. Ma ora non si tratta più di restare a guardare e piangere il compromesso.

Ché se qualcuno un giorno,mi ripeto oggi, dovesse davvero puntare una pistola alla tempia di Roberto -e a tutti quelli che come lui lottano rischiando anche per chi non ne ha forza- quel qualcuno non  é da cercare al casolare della campagna degli imbavagliati, é da cercare tra le fila del governo.
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lunedì, 28 settembre 2009
 

A chi c'era prima  (Watching Lara, Yann Tiersen)


Avevi detto che sarebbe passato, che il secondo buio non sarebbe stato come il primo -e che la tua finestra non poteva ché dimenticare la pioggia. E ora mi ritrovo qui, tra il pavimento e questo corpo, a maneggiare gli utilimi organi rimasti. E provo Odio .Questo io urlo . L'odio.
Non c'è più un centimetro di pelle integro, né interno, né inverno rsparmiato al martirio-e lo detesto,e lo scanso, e lo rigetto, questo corpo giovane e vecchio, questa ferraglia da  quattro soldi, la tua ombra e la mia sedia. Se solo aveste salvato prima, quell'animale figlio. Se solo.
Vaffanculo. A ciò ch'é grave e a ciò che non importa più, agli anni andati e alle false cure,e a chi mi diceva che avevo le spalle curve e il cuore lento. Vaffanculo. Ventisette anni, ventisette stronzate alcooliche, ventisette derive. E nel deumiladieci sapete solo dirmi prendi il pacchetto intero o lasciati alla tomba.
Avete chiesto di trattenere il respiro e comportarmi come gli altri, di diventare l'adulta secca dall'ancora gettata e abbandonare lo specchio d'acqua -e mi avete lasciato mezza gola e un protocollo a dire che tutto era passato tutto era passato tutto era passato.,
Vaffanculo. Non avevo confini. Io non li avevo, quei confini. Vaffanculo. Il mio corpo sta morendo, vaffanculo.Il mio corpo piove a dirotto. Vaffanculo.Perché io non conosco più la lunghezza. Mi avete insegnato a stare alle scadenze,a chiedere scusa al piccolo potere e  pulire la cenere, quando intasava i cessi. Smettila! di vedere il fuoco e i galli bianchi!        L'ho fatto-e dio solo sa quanto brucia e fa male.Il cuore e un fiato e gli occhi.
Ho preparato la camera chiara per farvi entrare tutti. Ma la mia cena ora é un silenzio- e voi di classe non ve ne accorgete. Non ci sono più penne,le mani sono addobbi pubblici, le tue parole il mio pozzo nero.
Vaffanculo. Perché se i bambini di qua nascono con la croce in tasca e una catena al collo,io sapevo suonare le corde. Gli impiccati cantano, prima di morire.E in  pochi,sanno ascoltare.Il notturno.


Cara Sorella,
ti ho visto allontanare il saluto quella domenica del caffé. MI avevi detto: ci sono due notizie, marimar, una buona e una cattiva, come in ogni film noir che si rispetti. La buona é che ho capito ciò che avevo sempre capito -ed é un amore rosa. La brutta é che tornerò in collina, ma dicono si tratti di roccia diversa, dicono ci sia anche l'erba e passeggiate per raggiungere il crinale. Ci saranno le sbarre, sorellina? No, te lo giuro, credimi marimar, ci saranno i fiori, te li farò sapere, i fiori. Non mi vedi come sono bella?-dicevi, Sono anche dimagrita, e ho ripreso gli occhi del cassetto,le vedi le perle che indosso, marimar, lo vedi il mare? Un giorno andremo al centro della terra io poterò l'assenza e tu porterai un pianoforte -e ti bacerò le mani e sprofonderò la gioia e ti chiederò di suonare la musica che mi passavi al telefono, dalla tua soffitta alla mia.
Io non so più,attraversare i fili, claire.
Credevo di poterti scrivere, e invece riesco solo a ricordare. Ora tu starai fumando senza filtro sognando le arance e io piccola mia,non ho più speranze.E mi sento crudele, a confessrti questa povertà. Crudele, ma sincera. Non credo riuscirai più a trovare un casa fuori dalla collina. Non ci credo più. Ti hanno spezzato un cuore che nemmeno sapevi d'avere. E Vorrei comprartela io, una piccola cascina nel bosco, dove ci sono le donne della carovana che cantano e danzano il vortice che hai dentro -e ti porterei le fragole, e un uomo buono,  che sappiano il segreto del bacio più piccolo. Sono passati anni, e macerie e tu eri là a portarmi ancora i sorrisi e lettere nella bottiglia.
Mentre ti scrivo ascolto Yann Tiersen, un frammento delicato che si chiama watching Lara.
Io ti guardo, Chiara dagli occhi neri. E sì, l'ho visto come eri bella. Le perle che indossavi  sono le tracce per ritrovarti, quando non saprai nemmeno più chiedermi aiuto.

S.

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sabato, 12 settembre 2009
 

Dal basso


I margini
della Storia,
con gli stracci
al centro del petto
-e lo sguardo
di colla,
hanno una mano
sulla pioggia,
la fatica
di chi
li ha portati in salvo,
- e quando le bugie
rifiutano le offerte,
restiamo noi,
indifferenti,
come giraffe
dal collo corto
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mercoledì, 26 agosto 2009
 

 

 

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giovedì, 13 agosto 2009
 

Funebre



I raccoglitori di fiori

si atteggiano

all'alba dei vecchi

con carri mascherati,

e cavità

poco profonde.

Celeri messaggeri

dei semi

e delle donne,

ridono

discutono all'infinito

sull'esistenza

dell'acqua.


E il cielo in ombra

e il tempo stretto

e la vertigine

non hanno tempo

per aspettare il peggio.

La terra

è un canto adulto.




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sabato, 25 luglio 2009
 

Arbeit Certa gente é brutta. Ha il nero dentro. E mi fa male. E duole il cuore. E il polso.
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giovedì, 09 luglio 2009
 



Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano i Greci.

(Roland Barthes).




La prima volta, dopo molti anni, l'ho vista arrivare dall'alto. Un cavalcavia e il suo corpo ombra che in lontananza sembrava  un arbusto senza foglie,due rami che si allargano al cielo aggrappati tenacemente al manubrio di una bicicletta troppo alta. E quel gesto tipico della vittoria aveva in lei l'ansia della resa, dell'abbandono disperato della vittima che attende il sacrificio: la testa rivolta al cielo ,identica ai tempi del liceo, chinava da un lato appoggiata alla nuca, come se pesasse troppo o chiedesse una tregua all'Inferno o a qualche Santo dimenticato.
Arrivava dall'altro lato della salita mantenendo la posizione di fatica anche in discesa, patita, con l'acqua alla gola e senza gola,le gambe rapide, secche,indecenti -come le ha definite la sorella-. tremendamente  magre,asessuate. Indecenti. Questa parola si ripete, le trapana il cervello fino al punto di non ritorno che  chiede una ripetizione per essere digerito,triturato come il cibo  frantumato che si nega: Olga é indecente, un corpo indecente,la lingua di una casa indecente,la mia annata indecente.
Mi ferma allungando un braccio e spingendo la bicicletta contra la mia che sale, ruota contro ruota - mi  scruta fisso, il tono aspro e incalza:

Ciao. Sai chi sono?

Certo, Professoressa.  Lo so bene. Come sta?

Secondo te? Tu come mi vedi? Come mi vedi?   
   
          
E la sua voce é come l'urlo di allora. Un acuto senza crescendo,che parte e resta altissimo,lacerante , le strilla dei gatti che a primavera sembra stiano per morire da un momento all'altro per azzannarsi.
E invece desiderano notti d'amore. E amore.

Male.

Male, vero?
   ripete lei.

Si, male, Signora D. E non lo sopporto.

In una frazione di secondo il mio sguardo cambia posizione: non é più la mia professoressa di tedesco,é una donna anziana, livida, una bambina dentro l'utero di una donna che spinge al fuori, tende a quell'Aperto osceno che le ha impedito di vivere e da quell'Aperto rifugge, terrorizzata. I suoi occhi sono un'alterazione mostruosa dell'immaginario e cercano di perforarmi. Non si mangia mai da soli, scriveva Lacan, si mangia sempre alla tavola dell'Altro,e oggi che ritrova me donna, mi chiede questo, di mangiare alla sua tavola. Di sedermi con lei e stare a guardare quell'indecenza. Per mano.


Anche tu avevi il vuoto, vero?

Si,anch'io. C'erano solchi violenti. E lei lo sapeva.

Io ero cattiva. Per questo lo sapevo. Sai da dove vengo?

Da dove, Signora D.?


Dall'Inferno. Sinfonia n. 3  Gorecki

Dalla nuova casa dei profumi. Mia sorella e mio fratello ne hanno aperta una poco più in là, un centinaio di metri. Se non fossi malata,se avessi passato una vita decente, magari anch'io adesso starei lì a distillare i fiori. E le erbe mediche. E invece guardami. Sai cos'ha detto oggi mia sorella? Che le faccio paura. Che sono solo uno scheletro che divora le ossa, che riesco solo a bucare le scarpe camminando avanti e indietro per tutto il tempo che mi rimane e me rimane poco, che il tempo è una questione da adulti e che io sono una lattante di sei anni battezzata al seno di mamma, perché il mio é una cavità  nel vuoto. Mi vedi? Solo costole e domande e in realtà non me la faccio più le domande, perché per chiedersi  c'è bisogno di una lingua e la mia lingua non ha papille, sono un mostro sottratto al senso,la macchina mangiante per la mamma.
Essen, in tedesco: Magiare, Essere. E lo sai da quando sono malata, lo sai piccola mia? Non lo so nemmeno io perché senza tempo non c'é neppure più il tempo di mettersi a pensare. Non ci sono ricordi. Non esiste lo spazio se non questo luogo  che é  un non-corpo. Le lancette del cadavere, i battiti, bradicardici. Solo quelli.
Erano gli anni cinquanta e la mamma mi diceva: Olga guarda che bella che sei, sei la bella Olga della mamma, la più brava di tutte, sei la sola mia gioia,  la mia felicità grassa, le mie cosce preferite,guarda  il mio angelo, guarda che brava tu che non sei mai cattiva sei la bimba gentile il piccolo cerbiatto.

Moriva una donna nella gabbia delle figlie ,e  ne restavano i resti, rimasugli organici,caverne.
Io lo sapevo, sai, che anche tu avevi la carne nascosta nelle tasche, quando ti guardavo dalla cattedra. Ma i cani non possono divorare gli avanzi all'infinito. Avrei voluto io, essere quel cane sotto al  tuo tavolo appoggiato alle ginocchia, ti avrei detto dammi un morso ancora e dimenticami, sono il cane bastardo della vostra tavola, che mangia e mangia senza conoscere il confine. Lo vedi questo cavalcavia? Un giorno sono scappata per non vederlo più a cercare l'appetito e ripetevo come la filastrocca :via! via! via di qui cavalca la via cavalca la via, con le trecce legate col fiocco bianco credevo ci fosse un fiume e un desiderio d'acqua -e ho trovato un binario morto. In quegli anni non si parlava di anoressia, pensavano che fosse un cuore a destra ad impedire al cibo di raggiungere le parti giuste per finire invece nei polmoni: mi mancava l'aria, questo era. Aria,e la leggerezza dell'acqua. E non lo capivano perché non si può capire, perché non lo capiscono nemmeno adesso, quando i piccoli gendarmi ti dicono di ingoiare l'uovo e la pillola e tutto il guscio. Sai cosa sto facendo da giorni per mia madre? Come le colazioni degli alberghi a Vienna. Riempio la tavola dall'interno, divoro prima di sentire, stendo la tovaglia bella nello stomaco e poso tutto con la meticolosità di un chirurgo, della più brava delle governanti governo il mio corpo e lo preparo al pasto nudo, al punto vuoto di ogni cosa, della Cosa, di quella Cosa perduta che non so neppure io cosa sia, tu lo sai? Col tuo bel nome da brava bambina? Lo sai cos'é che abbiamo perduto, dov'è l'origine di quella assenza di quella mancanza, di quell'errore? A volte mi capita anche di sognarlo.
L'ultima volta era questo: la via di un centro affollato e uomini e donne trampolino che saltavano con un aggeggio appuntito. Per ogni passo un buco nel terreno. E poi dall'alto arrivano i ragazzi-uccello,due giovani amanti col corpo di statua e la pelle d'ambra e alla bocca avevano un enorme becco, alla schiena un paio d'ali.Erano questi uomini alieni che parlavano la lingua più bella della terra, oltre la terra, oltre il sole,un tedesco senza gutturali ma coi  veri significanti e io me ne stavo là rannicchiata sotto la cattedra per nascondermi sperando però anche che mi scoprissero, per essere portata via. Lontana. E uno degli amanti becco si avvicina e mi solleva stringendomi per il collo. Nel sogno c'era carne da prendere. Vola verso le carceri , ma la prigione ha il tetto scoperto non è più una prigione, è un luogo d'ombra in cui a restare lo si fa per scelta -e mi lascia lì, tra un muro portante e una sua crepa. Allora io chiedo e urlo e sbraito: perché in questa fessura? Perché qui,proprio in questo spazio cavo,qual 'é il motivo? E con la lingua più bella un cenno di capo mi dice semplicemente : perché si. Perché la fessura? perché mi hanno dato una fessura e non un palo con cui conficcare il terreno ad ogni passo? Perché si. L'uomo uccello se ne va e io resto a guardare dall'alto. Il soggetto è la mia opzione. E allora chino il capo, come sempre,ma anziché al cielo, lo chino al fondo dei fondi e vedo una bimba, portata anch'essa per il collo e davanti alla bimba che ora è nuda c'è un vecchio, un nonno e lei dice con la voce stridente delle streghe mettilo qui dentro mettilo qui dentro. vieni qui dentro .  E fa male, piccola mia. Fa male.

Io non ho mai detto a nessuno, di venire qui dentro. All'inizio arrivavano come la pioggia. E alla fine hanno smesso di venirci tutti. Guardami: sono un animale. E molto peggio dei cani randagi che scelgono di andarsene. Sono una settantenne malata aggrappata al collo di una madre metafora che tutti i giorni, ancora, dalla sua poltrona di novant'anni mi chiede se ho mangiato a sufficienza.Ma la sufficienza non la prendo mai. Ed é assurdo, non credi,che io stia qui in faccia ad una  giovane grazia a vomitarle addosso quest'indecenza a lamentarmi di una vecchia a margine che non ne vuol sapere di morire, quando io ne ho quasi settanta e per non  sottrarmi alla sua logica non sono mai neppure andata a dormire fuori casa. A volte l'ho desiderato tanto. I campeggi,i baci .
I baci. La pelle dei pesci e l'amore di paglia e gli strumenti. Quando mi dicevano Olga finirai per morire, io all'alba pensavo ma è questo ciò che voglio e non capiscono, la mia morte lenta, l'uscita di scena  leggera,senza traccia, uno di quei fiori che a primavera diventano bianchi e col soffio degli innocenti volano via. I fiori su cui d'estate pisciano i cani e dai cani prendono il nome.

E invece no. E' l'opposto,é come avessi trovato -perversa- la formula a tracciare in sottrazione. Io sono perché assente. E tu, madre, che prima mi guardavi per non vederti, ora mi guardi perché non ci sono più o perché sono sempre in procinto di  abdicare. Siedo lì,alla corda del circo. E sto  per cadere all'infinito.
Poi chissà, ci sarà pure la questione dell'epoca, dei fantasmi del capitalismo e del troppo che divora,la decisione di un salto che allontana da quell'eccesso, che lo denuncia e se ne separa o che invece lo insegue come oggetto, ci sarà pure un tempo culla di sante anoressiche e un tempo culla di donne manifesto , lo ZeitGeist come si dice in tedesco, ricordi il tedesco che ti ho insegnato, bambina?, ma poi c'é altro. E a me é quest'Altro che interessa. Perché é negli occhi che risiede. E non ci sono manuali né camere di congresso che ne sappiano davvero qualcosa.
I miei ti spaventano? Gli occhi. Lo so, mi detestavi -come io detestavo te. Perché riuscivamo a vedere il corpo interno, sottratto allo sguardo. Diventare pietre. Tentare di sottrarsi alla logica perversa della misurazione,indietreggiare,sottrarre, sottrarsi, svuotare fino al grado zero. Potrei fissarmi per ore ed ore e secoli allo specchio, dritta,a gambe chiuse, spalancata, senza denti,ruvida.Ma se l'Altro arrivasse alle spalle, e toccandole vedesse quel riflesso che io  stessa vedo, quella nudità che io sento, quella mostruosità  che tormenta  me sottopelle, mi ucciderebbe. Occhi agli occhi. E' diverso. Ma l'altro che può vedere ciò che tu stai vedendo che ti strazia e ti strappa l'anima in sette pezzi ,questo no. Non ce la facevo. Per ciò coprivo lo sguardo con le urla. E perdonami, ti prego, per questa lacrima e quelle fiamme, ma se anche dovessi morire così, già morta da decenni di corpo e senza corpo,se anche dovessi andarmene  senza bara perché già decomposta,e sarà probabile perché sono troppo vecchia per diventare adulta,voglio però tu sappia che qualcosa è cambiato nell'ultima strada, come se mi si fosse aperta una voragine al centro del petto -e del ventre,capisci, ed é la visione di quella mancanza profonda ed é il bisogno disperato di farci entrare  dentro qualcuno che non sia un riflesso. Perdona le urla, perdona la lingua della vecchiaia e questi raggi spezzati, perdona il fango o ricordalo per sempre per non avere il freddo che ho avuto io, ma vieni a mangiare con me almeno una volta.
Al cavalcavia,dove c'é un po' d'acqua.
A soffiare i fiori come gli innocenti -e poi magari, pisciarci anche un po' sopra. Aprire la cesta del pane. L'ultima cena possibile a primavera,la prima cena vera.


Gli alberi sono alfabeti.
I corpi,sono alfabeti. E mentre la guardo allontanarsi nella direzione che porta alla Madre,penso a questo. Alle stagioni sbagliate,alla parola piena e al vuoto delle frasi di campo. Penso ai baci che non ha mai dato e alle sue gambe spalancate al violento. E forse  Olga non ha mai parlato, forse é solo rimasta immobile, come un albero piantato a forza nell'asfalto bollente,a fissare il centro delle mie foglie.
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martedì, 23 giugno 2009
 


Reticoli



L'immagine é : un condominio affollato, prigioni blindate come celle di clausura e un buco sottile sul muro di ogni stanza. Per ogni stanza un uomo. Per ogni buco una cannuccia disinfettata ad ogni respiro  da cui bere e sputare la saliva dell'altro. Di centottanta perlopiù sconosciuti. Succhiarne la bava e gli umori, cercare anche, a volte, di spiargli dal buco la gola e i denti marci, magari anche la traccia sporca lasciata dal succhiatore precedente. E poi sedersi, al centro della stanza a sfregarsi le mani fino a farle schizzare sangue.


Ed ecco affacciato questo bisogno- svuotato di senso proprio- di trattenere ogni filo. Diramazioni come tele di ragno che nascono al palmo della mano e spingono l'esterno a toccare miriadi di punti. Vuoti.
Perché l'idea generale non é quella di arrivare all'Altro, di toccarlo, di comunicare in un terreno unificato,che sa penetrare e lasciarsi perforare: al contrario lo scopo finale é la cristallizzazione della propria presenza nel vuoto dell'altro. Esserci in quanto traccia morta depositata sul  corpo di chi sta al capo opposto della tensione,sul filo dell'altro.
Siamo i disperati della falsa comunicazione,della testimonianza in diretta: devo dirti ogni istante,lasciare segno per ogni singola imperfezione e sapere che tu,a distanza  (a debita distanza, là, dove io ti ripongo), puoi fare la stessa cosa. Basta un messaggio,una chiamata breve. Sono in contatto con tutti,posso tutti e tanto più chi non c'é: all'autobus, fermi ad attendere, quindici persone senza volto comunicano con quindci assenti. Tra loro, neppure una parola.

Perché questa necessità? Perché questa smania di intrecciare reti a maglie fitte restando però a guardare  solo dall'esterno? Innanzitutto é una questione di controllo: avendo perduto me stesso o non essendo mai riuscito ad avermi,l'alternativa più semplice é quella di possedere un controllo anche blando, anche irrilevante su un reticolo sempre più numeroso di altri esseri umani, nell'illusione e nel conforto di avere finalmente la situazione in pugno -e i pugni chiusi alla situazione. L'Altro come manifestazione frammentata dell'Io,un me stesso esteso, frastagliato e incontrollabile -come io stesso sono- e che però mi evita di precipitare nell'angoscia di quella perdita iniziale. Io sono ingovernabile, gli altri anche. Ma almeno, sono gli altri.
In secondo luogo é una questione di comodità. Nel corso di un'esitenza riusciamo a gestire rapporti veri,intensi,empatici, duraturi, liquidi ed evolutivi  con un numero ridotto di persone: due, quattro, una decina forse, non di più. L'affetto non é smisurato, è sformato, forse, é disordinato,altalentate, ma non illimitato. 
Tessere rapporti e restare intrecciati a cento, duecento,trecentottanasette persone é umanamente impossibile vivendo a fondo e col proprio fondo ognuna di queste. E' però possibile fare un salto nemmeno tanto pindarico che anziché avvicinarci a solo un gruppo selezionato con una scelta d'amore, ci allontana da tutti. Un salto all'indietro, nel Vuoto, per essere ovunque e contemporaneamente distante da tutto avendo però su quel tutto gli occhi ben aperti, vigili.  Come il salto nel vuoto di chi ha preparato il proprio suicidio con impalcature ad inchiostro: andandomene, da un lato mi sottraggo dall'impotenza e dall'impossibilità di scendere in campo, dall'altro ottengo che sia quel campo a venire a me, restandomi indissolubilmente legato in quell'istante unico: nel momento in cui ci sono per tutti-e resterò inciso come cicatrice sulla pelle di ogni maledetto.

Da qualche giorno ho gettato a mare uno di quegli aggeggi che servono a spargere bave di ragno per le belle ragnatele.Gettato per falso errore nel cartone delle pizze, tra croste e scarti bruciati. E se un tempo passavo giorni interi a (trat)tenere salde tutte le maglie come fosse cibo e disfarmi invece del cibo vero, oggi ho  un desiderio che scuote e parte contrario: riuscire a masticare la cena  fino all'ultimo boccone e gettare nel cesso i resti di un tempo malandato,di un'epoca di disperati che non sanno più far l'amore se non a quattro e che per masturbarsi hanno bisogno di impiccarsi. E poi tornare a giocare in strada.
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sabato, 13 giugno 2009
 

Luglio, Agosto, Settembre  (NERO)













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sabato, 30 maggio 2009
 

Suture



Navigo il cerchio  e penso ai tempi morti della morte di  Nicolien. Nicolien pelle chiara e tre lingue sui capelli, Nicolien che si aggrappava al lenzuolo e fingeva e fingeva e fingeva tutte le sue sere la leggerezza degli angeli. Ci credevamo pure.Discutevamo ore ed ore dei carnefici e di chi ci avrebbe piantato le ossa alla gola. Eravamo le buone, le malate del villaggio che camminava avanti e indietro, eravamo le sante, eravamo i piccoli sacrifici di famiglia.
Nicolien, io sono cattiva. Io so odiare, Nicolien. Non é vero che non farei del male ad una mosca: ricordi flicr, la mosca addomesticata di Villa Margherita? Tu forse no, tu che ora stai tra i bimbi pelle ossa a curare il loro lato, ma io sarei stata capace di ucciderla, la mosca addomesticata. Col pensiero posso tutto, odiare, smembrare,dimenticare, scopare, mangiare budella, vomitare tremiti.
E' rabbia. Ti guardo in viso, le foto che mi hai mandato per copia incollla a tutti noi che ci premevamo la bruttezza sulle tempie   e il sangue al tempo -e non mi dai gioia. Affatto. Mi da' ai nervi, vedere l'occhio triste che per redimersi allatta i senza tetto, e non certo perché il mio corpo e l'intestino sono di vetro: io conosco il pianto delle cose .  Mi dà i nervi riconoscere il sacrificio, la spada della chiesa, il fallo ritto che dice mi pento mi pento oh padre di tutti i peccati.
Perché non v'é bellezza al sacrificio, se non nell'atto di fuoco: siamo bambini col crocifisso in tasca, convinti che l'unica forma possibile alla riconoscenza sia la compassione.
Ma io sono cattiva, Nien. Io so odiare.  So detestare le persone accucciate alle bare del resto, so odiare i padri, le madri, sperare la morte di chi ha smesso l'era del compagno, so maledire.
Per questo, forse, mi sono salvata.
C'è un fratello -e un vento- che soli potranno capire questo sputo.
E sai perché ora sto piangendo nicolien smit?Non perché sono buona e caritatevole, non perché ho la pietà facile.Ma  perché ricordo le forche puntate addosso medicine della notte, ricordo il crepuscolo e tu che dicevi sorridendo "sei davvero cara mariasole". E forse speravi scomparissi. Animale. Al carrello del farmaco e del miele del dopo cena, e speravi dimenticassi tutto e finissi poltiglia, speravi che la volpe mi abbandonasse all'albero, che alle gambe nascessero protesi, volevi la morte. Non la mia, ma la tua, nien. Ed é per questo che in questo momento le nocche piovono e piango straziata, perché tu, Nien, dolce Nien, come tutti noi, avevi la rabbia a solcare lo sterno -ma ci avevano insegnato la colpa. Il perdono. Prega cento volte e il peccato svanisce.
Io so odiare, Nien. So strappare le ali alle mosche dello sterco -e mangiare le portate di tre persone.
Mia madre il giovedì preparara il caffélatte ai disoccupati, il mercoledì segna la cartella del cancro, il giovedì aiuta i senza soldi a suonare la campana. Ma chi sta al popolo come sta al figlio, é perché del figlio ha paura.

O restiamo funerali di mosche, Nien, oppure ti prego, riprendiamoci  il colore del sangue.

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venerdì, 15 maggio 2009
 

Al passo degli alberi




Evidentemente fu morte bianca a principio.
Ieri notte guardavo ad occhi gli occhi spenti  e la mia finestra:credevo che dopo l'inverno si sarebbero spente  anche le fiamme, che il corpo avrebbe trovato il suo luogo adatto, la calma di chi si é asciugato per tornare alla sabbia. Ma non é stato così.L'ho liberato dai farmaci,dalle piccole droghe virtuali, dalla placenta, ho scavato nella domanda e cercato di far risuonare tutte le casse armoniche che mi sentivo addosso, ho pensato di scriverne e poi di tracciarne i segni su tela ma non é servito a nulla.

C'é un falegname, da queste parti, che vive il giorno tra gli alberi senza pelle e col figlio maggiore. Da piccola ci sia andava per dire Salve Signor Antonio, come  sta Brunilde? Quando ci invita alla taverna? Taverna é una parola che non s'usa più,come Brunilde : alla gente piace sempre meno stare sotto terra, mira al cielo, all'alto, stare al di sopra di tutto e lontani da tutti, all'ultimo piano dei grattacieli per guardare restando a debita distanza. Per mirare al basso, e sparare.
Quando le case dovevano crescere per accogliere i nuovi nati, scavavano il pavimento e aprivano lo spazio ingrossandolo,togliendo al vuoto il vuoto della terra. E la terra é calda, come le taverne.
Amavo molto quelle serate, ricordo una tavola lunga decine e decine di metri e una tovaglia a scacchi biancorossi, il vino imbottigliato con pompe e cannuccie che ancora non bevevo,e i posti assegnati che continuavano a slittare  per poter di volta in volta permettere ogni volto allo sguardo, sporcare ogni bicchiere,prendersi a ridere con gli adulti e accarezzare i vecchi. E poi c'era Barbara, la donna che sembrava sempre quindicenne per le sue parole mute e la pelle liscia dei pesci-e per qull'unico gesto scomposto che ripeteva cento volte a sera e che oggi, ormai a sessanta, ripete ancora quando ti guarda: con l'indice prima indica sé e poi allunga il braccio verso te che  sei l'ultimo arrivato. E se giunge il terzo, al suo filo rosso diventa triade.  Barbara, che vive intrecciando le persone.
Poi c'era Arianna con lo sguardo piccolo e le mani dappertutto, anche sotto le gonne, i capelli biondi e dritti a spaghetto, legati in fiocchi dipinti e attorcigliati alla saliva dei tempi morti. Giocavamo assieme e un po' ci prendevamo in giro e lei mi diceva: io sono down, tu sei quella normale-e poi cacciava la lingua fuori.
Non ricordo una sola portata di quelle lunghe cene, ma ho chiaro al pensiero i momenti del dopo: i grandi che se ne stavano attorno al camino spento a parlare gli uni di costruzioni  da laboratorio e  le altre di sangue  femminile, e poi arianna,mio fratello ed io che rotolavamo la notte  scavalcando le gambe di tutti fino a cadere esausti sulle diapositive. Quando ci si salutava noi già stavamo dormendo.

Oggi la falegnameria é sempre la stessa. Si entra dall'androne di santa lucia e attraversato il cortile interno ci si arriva seguendo qull'odore misto di resina e caramelle al rabarbaro -avvolte in carta opaca, ruvida, color senape. Antonio ha gli occhiali spessi, il figlio é diventato un gigante buono -e Barbara continua a disegnare legami nell'aria.
Ci sono passata  qualche giorno fa ed erano anni, mi hanno invaso con gentilezza, con meraviglia. Arianna, in verità,la incontro alla fermata dell'autobus, é stata lei a riconoscermi ed abbracciarmi. Ora mi attende ogni mattino e mi racconta dei morosi e della cooperativa delle scatole rosse,mi ha anche detto: oggi son nervosa, ho le mie intorno.Ed é bella, quest'immagine: non una parola detta piano, nascosta, un ciclo, un termine tecnico,il nervosismo del prima e del dopo,i nomignoli da pubblicità :Arianna ogni mese c'ha queste "sue cose" che "le girano intorno"  togliendole la pace. Da fuori, la punzecchiano, la tormentano, le ronzano attorno come mosche impazzite.
Mi ha raccontato che al giovedì incontra un'insegnante di liceo per "fare discussioni". Si parla di libri, di musica e di ragazzi:
A me piace scrivere un sacco,non vò mia a letto senza che scriva un poco.
Che bellezza, e che scrivi, Arianna?
Poesie.Me piase tanto Garsialorca.
Oh,un signore della parola,Lorca. E quindi t'ispiri alle sue.
Si,mi ogni volta che fa sera leggo una poesia di garsialorca qua a sinistra e a destra la copio.

E questa verità é già di per sé un sorriso, senza pretese, l'umiltà del pazzo che non ha bisogno d'invenzioni epocali né code di pavone: quanti fra noi conoscono davvero l'umiltà di ammettere che la sola arte raggiungibile da chi non ha l'estro é copiatura? Siamo l'epoca dei sovraccarichi d'artista-che non riconosce le altezze né sa zittirsi all'ascolto dei maestri. Non conta il massimo di sé, conta il massimo generico, il massimo dell'altro: io voglio essere il-meglio-di-te.
Ad Arianna piace Garcia Lorca- e in quell'atto di copiatura serale, intima, forse sa apprezzarlo cento ed una volta più di tutti quei piccoli mascherati che se ne stanno dietro l'angolo in attesa di rubarle la penna a mettere parole in scala per agganciarle alla lingua come quadretti.

Brunilde che raccontava le storie in silenzio é morta già da un po' di tempo. Gli altri sono tutti lì,a segare tavole di legno e scartare rabarbaro. Ho chiesto ad Antonio dei resti di sughero per ricominciare a dipingere e mi ha chiesto se anch'io facessi parte del collettivo artisti  "La soffitta".
No, Antonio,nessuna soffitta:io resto sotto terra. Lontana da Dio,sotto ogni casa, nella taverna di chi ha finito di mangiare. Resterò a pochi passi dalla fiamma, oltrepassata la soglia e l'aporia.
E tutto sommato,a pensarci bene, laggiù  il tempo  é meglio che fuori.
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sabato, 25 aprile 2009
 

Nessuna correlazione.



Comportamenti suicidari (tentativi di suicidio e ideazione suicidaria) e ostilità (essenzialmente aggressività, comportamento di opposizione e collera) sono stati osservati con maggiore frequenza negli studi clinici effettuati su bambini e adolescenti trattati con antidepressivi rispetto a quelli trattati con placebo.


da "Speciali avvertenze e precauzioni per l'uso".






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giovedì, 09 aprile 2009
 

Millepiani




Le oche ieri sono scappate lontane al limite basso della luce- ed é caduto il mio sonno.
All'ora più calda hanno ricominciato a dare la notizia dei rovi in cielo, ma non erano detriti né gambe spaccate, erano i resti fatti a brandelli di una staffetta da quattro soldi.E voi la sapete, che i funerali sono più facili dei battesimi,perché é nel minuto finale, allo scoccare dell'incenso che ci si appoggia allo schienale per dire: io c'ero e ora sono pulito.La scimmia é altrove, dove non esiste il ritorno.
Sapete, mi fate paura, la vostra bava mi fa paura. E non perché non la ritenga abbastanza densa da concedervi la parola, ma perché la bava ne genera altra, come fiume in piena che si rigenera col suo stesso fluire. Di bava  in bava, di bocca, in bocca, di telegiornale in telegiornale -le vostre teste come seni sparati al rotocalco.

C'era un signore a cui il padre aveva detto:sei solo uno stronzo senza pistola. E quel signore si é ficcato una penna al costato. E per quella penna ha perduto  la sua libertà.A volte mi rivolgo a lui senza ricevere risposta, ma tutto in me preme per continuare a farlo nella certezza che solo il rivolgersi senza la richiesta di uno scambio possa fare di quel rivolgere,ri-voluzione.

Ecco perché la  notte é il mio discorso indiretto,il rumore di quei bambini in fila sotto la pietra, con la testa e la lingua incromprensibile dei quasi morti -e parlano a chi vivrà per sempre perché ha potuto aumentare l'armatura al cemento e farsi crescere i capelli anche sugli occhi. Io non mi limito, io accuso.Non voglio limitarmi ad ascoltare e passare l'indirizzo e il poco sangue che mi rimane ad un concetto via etere,perché mi schifano le coscienze lavate e levigate: qui c'é polvere, ci sono millepiani di sedimenti -e non basta alzare la tenda per fare un po' d'ombra. Io non mi limito,incido. E accuso.

Hanno detto: anche dove la terra ha tremato, oggi ci sarà il sole. Ma quando la luce non sa mostrare,signori miei, la luce acceca.
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Il disagio della civiltà                 

 

 


P: “Ho letto in un libro di una scrittrice irlandese una frase che mi è piaciuta molto: è come se piovesse minestra e io avessi in mano solo una forchetta. Bella no?”

A: “No”

P: “E perché no?”

A: “E’ uno dei falsi problemi dell’animale civilizzato”

P: “Allora è meglio essere come una scimmia?”

A: “Allora è meglio restare più vicini alla propria natura animale. L’animale sano solleva la testa e apre la bocca. Non ha bisogno di posate”.

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sabato, 28 marzo 2009
 


Lo scarto


Vedo uomini ridere
colla bocca
piena di foglie.
Là,dove i sempreverdi
non hanno più radice,
é già un'eco
l'autunno.
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giovedì, 26 marzo 2009
 

Assault



Oggi è la musica del crepuscolo a segnare il mio tratto, la macchia della sera ha perso di consistenza-e piove, come se l'acqua avesse perduto il nome. 
E ridano  pure forte, i vecchi,sotto le scale delle piazze,mi guardino pure  a scavare tutti i padri che ho dentro, e le mani, e il sesso profondo. Perché io non ho fratelli.Io non ho mani, né buchi.
La guerra mi ha portato via il nome. Se lo sono venuti a prendere i cecchini mentre pranzavamo con le nostre teste chine e non avevamo forchette con cui infilzare, puzzavano di petrolio,i codardi!

E oggi che ancora non so mangiare,senza un nome con cui presentarmi alla gente,mi chiedo dove sia finito l'intento.
Nel sogno alla congrega degli psichiatri socialisti ce n'era uno che tra tutti era l'indovino perfetto. Si alza, avanza ai fornelli e prepara l'ultima cena.
Sediamoci al banchetto, bambini, sediamoci per nome. Buttiamo giù. Ingoia. Non sputare. Premi il fondo, macina tutte le porzioni.

Ché i gendarmi hanno il palato fine.
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lunedì, 23 marzo 2009
 






Cibo


E' la gente per bene
che suda  un lieve accenno
sul mio piatto.
La mia portata sporca,
il vuoto che ho portato
a silenzio.

Se solo avessi avuto un corpo
convesso,
non avrei saputo
questa mia cenere,
Ma ho cavità
dove tu non avevi mancanze
- perché ciò che sputo
a giorni alterni
dal mattino al confine del buio,
di tavola in tavola,
é solo il resto
di ciò che non é mai stato.
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domenica, 08 marzo 2009
 

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Fessure 




Non esco mai quando è sabato pomeriggio. Le rare volte che l'ho fatto mi sono ritrovata l'elemento estraneo , il residuo fisso di un  liquore quotidiano. Avevo scarpe da marinaio e piedi senza punte, camminavo sulle punte.
Non lo faccio per snobismo: io in centro, di sabato pomeriggio ,non so camminare. Mi sento guardata, spiata, giudicata mostrata, accerchiata-accerchiata. Come una vocale e troppe consonanti.
Tutto ha il ritmo dell'acquisto. Si comprano sorrisi, piccole parole, frasi da quattro soldi,limonate alcoliche, un vestito, le sigarette aumentate,si comprano banche caffé e menestrelli. Non si può uscire senza comprare. E si finisce col comprare tutto, anche i baci dell'amico.
Cento falli che fanno a gara del più lungo in fila all'apertura del commercio.
E allora oggi faccio della ribellione nera un fiore di loto: oggi si esce soli col sole in faccia. Mi vesto comoda e senza orpelli. Nemmeno la musica: voglio sentire i rumori,addentare tutta l'aria che c'é, voglio diventare una strada,lasciare piccole orme di fango,farmi calpestare e ascoltare la gente.E seguirò la ragazzina tredicenne che racconta dell'amore e la vecchia pazza del quarto piano che racconta all'amore dei propri tredici anni-e poi farò un salto al parco. Dove c'é Azir, con le sue quindici rose rosse oggi ricambiate per il giorno di festa.
-Come và, Azir?
-Abbastanza signora, vuoi una rosa per tuo marito?
-Non ho il marito, Azir.
-Hai il fidanzato?
-Ecco, un compagno, un ragazzo, un...
-Allora se non è fidanzato fidanzati con me, sposami.
Sorrido  -Sai che hai ragione, Azir? Abbiamo  troppa paura delle parole, da queste parti. Io ho un fidanzato, una chitarra, una casetta ch'era un lazzareto e un gatto troppo pesante.
-Beata te.

Me ne vado verso la prima panchina libera.Oggi ho voglia di libertà e me la prendo sedendomi accanto alla coppia di amanti da poesia francese che si scambiano piccoli umori. Non hanno borchie gialle né capelli sopra i capelli, non hanno pantaloni stretti né troppo grandi, non hanno nulla di strano eppure  sono strani: hanno gli occhi come quelli dei veneziani: piccoli,stretti come fessure di donna. Forse per proteggerli dal riflesso dell'acqua.

-Noi,che abbiamo occhi grandi , é perché non siamo stati abituati alla luce-

Accendo una sigaretta, me ne chiedono una. Anzi, due. Le offro e assumo la posizione dell'attesa:vorrei mi parlassero,come ha fatto Azir. Ma io per prima non ho il coraggio della voce, li guardo, distolgo,mi guardo e mi detesto. Non so dar voce e scambio. Eppure con Azir l'ho fatto-lo facciamo tutti. Anche gli stronzi, anche quelli che Azir poi lo mandano a fanculo e lo scrivono sui muri. Eppure comunicano, tendono un filo. Forse perché Azir ha le mani libere per prenderlo.
Qui ci sto io e due maschere veneziane-e non abbiamo il coraggio di far andare le cose. Tratteniamo con uno sforzo immane. E finiamo con l'abituarci presto a questo trattenere.
Un' energia che impara l'arte della negazione appena viene messa al mondo.
Poi mi volto: Siete di qui?
E così com'é arrivata la parola arriva la risata dell'imbarazzo: scoppio a ridere. Convulsa. Ora mi sento un'imbecille,risento addosso stampato sulla pelle quello stesso residuo fisso di cui avevo cercato di sbarazzarmi all'uscita-e però  questa è un'imbecillità che paga. Una bellezza idiota. E non so come, ma cominciano a ridere anche loro.

Siamo tre  nudità imbecilli - di questo tempo-  che ridono a crepapelle. E sappiamo benissimo perché.
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martedì, 24 febbraio 2009
 

L'analisi del cielo



Abbiamo gli scuri alle finestre
le bocche che ruminano
sulla dimenticanza
-e un pozzo troppo poco
profondo.
Abbiamo storie comuni
da smentire
E sette vite da intrecciare
alle sette
vite mancate.
Abbiamo gambe divaricate
per sputarci dentro
E letti ai piedi dei piedi.

Abbiamo una notte
che non conosce i margini,
Un cielo
con l'occhio secco.
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martedì, 10 febbraio 2009
 

Ecco i veri morti


 
Skeletons Warming Themselves.  James Ensor
 
Non le donne dal lettino bianco,non i ragazzi bruni  pelle di fuoco e  tempie fracassate  né i figli della pioggia acida, non i vecchi di benzina all'ultima strada periferica,non le schiene curve sul cappello di lana né i giovani senza valore,non i sette padri piallati dalla macchina né l''animale sotto le mine  d'indecenza: siete Voi- i burattinai dal petto cavo che non sapendo accettare la propria morte,vi divertite a vomitare su quella degli altri.

E dove c'é  un "non" si legga pure "Noi".

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venerdì, 06 febbraio 2009
 

Vicenza, 06/02/2009

Caro S.,
Quando arriverà il tuo  presto?
Mancano, le tue parole,le parole lunghe, le rivoluzioni d'intimità fraterna,la verità delicata.

Scorrazzo qua e là tra le maglie-e a volte mi diverte-e a volte mi annoia, e a volte brucia la testa. Però resta una cosa che amo di questocampo nomade: la riproduzione dell'accudimento epistolare. Le lettere fanno bene al cuore,proteggono dalle ostruzioni,accarezzano i tempi morti sia che siano piene e narrative, sia che si limitino a non dire nulla-ma a dichiararlo,quel nulla, ad ammetterlo senza colpa.
Darsi reciprocamente il proprio silenzio.

Ho scelto in dono per te  la ventiseiesima pagina di una  meraviglia-e qui te la scrivo:

Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.

Spero di riceverti presto, amico mio. Perché per quanto non ti conosca
hai sempre avuto la capacità di aiutare la mia solitudine a farsi strada nella pioggia.

Mariasole
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domenica, 01 febbraio 2009
 

Divaricazione


Vorrei danzare senza masticare l'erba,D.
Come quando per baciare non c'era alcun bisogno di stringere i denti o il  dovere di sopportare, e arrivare a piedi nudi,togliermi anche quelli ed entrare nella tua casa. Senza specchi, senza rimandi, senza percezioni né analisi da manuale. Vorrei che le processioni avessero le croci in tasca e animali tra le braccia, ché tu ricominciassi a parlare e qualcuno imparasse il silenzio,vorrei saper piangere senza bagnare gli oggetti-e mangiare, senza il terrore dei secondi di ruggine.

La realtà è che credevo di aver aperto un varco a gettare a mare le brutture- invece stavano lì, sull'attenti come squadriglie di secondini pronte a caricare. Appesi come stracci alle pareti. Sulla mia faccia.


E' stato strano tornare alla strada in salita, il bosco sulla destra e le donne manichino su e giù per le vie col ritmo degli  affanni-ma questa volta l'ho fatto per te,per il tuo cuore ostruito alla percentuale più alta e la tua faccia d'acqua. Ho bussato alla porta dove baciai il ragazzo siciliano che aveva perduto le gambe e giocato a bottiglia con la loro cultura borghese per vedergli cacciare fuori la lingua e ossservarne le piccole nervature. Ce n'erano abbastanza da far piangere anche te.
Ma tu non piangi mai. Te l'ho visto fare solo una volta per un vecchio film di natale dandoti un secondo nome e indossando il tuo maglione preferito  e mi dicevi:é meglio piangere per le cose belle che per le ferite. Non è vero, non me l'hai mai detto ma fingo l'infanzia per necessità,il mio rituale magico.
Sai,ho aperto la tua scatola nera, a casa, e aprendola ne é uscita la mia inversione,il mio canto per voce d'altri e mi sono chiesta perché, perché proprio ora tu vuoi riprendermi, perché vuoi tenermi ancorata a te ora che ti sta crollando il petto? Potevi farlo quando il sangue scivolava senza intoppi,quando c'era le bellezza a sostenere gli sguardi. E invece mi hai deciso ora perché temi non ci sia più tempo.
Hai ragione, non c'è mai stato tempo. Per quella stessa alterità, io comunque ti stringo le mani e mi strappo i brividi dalle braccia. Mi minore sette.

Quando i tisici dell'anima
i predicatori degli altari
Avranno creste alle teorie
Ombra sotto i ponti vecchi

Quando gli alberi troveranno
lavoro a prestito dal vento

Il pianto dei navigatori
Vuoterà i cieli ai mari
e veri mari scuoteranno
le giunture fino al largo

Quando noi poveri galli
concimeremo la vecchiaia
Tornerà il pasto di terra
grado zero di diaframma

Con il mio stato bollente
distillate le tempeste
Avremo spazio per i vuoti
e vuoti per divaricare

le gambe (arpeggio finale)
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lunedì, 12 gennaio 2009
 

Figli








I massacri non hanno numeri né requiem trasognati,non hanno silenzi,aggiunte e prospettive,non hanno cavalli marci né chimica di piombo,hanno infiniti centri e  culi foderati.  I massacri. Sette carretti di mulo e bambini appesi al nodo.
Non ci sono bilanci, ci sono donne che allattano terrore, seni come pupille dilatate.  E si spara quando i figli si alzano dal banco.
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domenica, 11 gennaio 2009
 

Il mare non è mai sordo

Poi il natale ha riportato la famiglia a vent'anni fa, quando non c'erano ancora agnelli al sacrificio e ognuno aveva il grembo bucato.
E' arrivato il giorno del mio Bar Mitzvah senza che vi fosse stato il giorno in cui i miei peccati fossero riposti a loro-ma adesso me li riprendo, li prendo tutti come fucilate bloccate a mezz'aria. Ora é lui a star male e sono motoneuroni. Il primo, che bada alla bocca, il secondo ad occuparsi della marcia.
In Sardegna era poco prima dell'estate e all'ultima trave montata ha visto che sulla gamba sotto pelle c'era come un muscolo indipendente, che pompava quasi fosse un animale più vivo del resto del corpo.Poi è arrivato all'altra gamba, e poi al braccio, le hanno chiamate fascicolazioni e l'hanno ricoverato in neurologia.
Il ventiquattro la diagnosi del cazzo.Tre lettere come quelle con cui avevano ricoverato me, ma solo l'ultima uguale alle altre, la A che dovrebbe indicare  liberazione per me era alimento e per lui segno  dell'immobilità in potenza.
Lo guardo sedersi al computer alla ricerca di una ricerca,cure magiche per restare in allerta- ed è straziante.
Ma questa non è l'epoca delle cadute, per me è strada bianca, bagnata fino al midollo, ma tracciata, segnata da immagini nette, lucide. Se il fratello resta panico, la madre piange e il padre non si muove,io punto i piedi alla vedetta, mastico tabacco e mi innamoro


Mi si chiede perchè mai avessi smesso di gettare i miei rifiuti dalle dita, perché le mie pagine fossero rimaste intatte, vergini sciocche che non chiedevano niente. E il punto era proprio questo:perché prima chiedevo disperatamente qualcosa e ora ciò che voglio è desiderio senza disperazione,un'azione rivisitata di possibile.Non giudici interni né commissari del fuori ma ciò che basta dire senza strappare gli occhi. C'era bisogno di silenzio e di cura,evidentemente,di navi calme a camminare sui deserti, senz'acqua, liquido solo per dissetare le gole.
Certo la sabbia ha ancora grani più grossi appena sotto la pelle, ci sono sassi appuntiti, ma come da piccola alla caletta di Giunone avevo trovato un orologio e un bracciale di conchiglie,sono certa che ci siano punti di luce anche a tre metri sotto terra. Filtra tutto, il battere del mio tempo,la finta sordità del mare.
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domenica, 14 dicembre 2008
 

Rage

Rabbia.Rabbia e persecuzione. Rabbia e dieci coltelli sulle tempie dei miei compagni. Rabbia sulle suole, sul nastro legato alle loro bocche,sulle loro
belle meschine gole purulente.
Dove sono i fratelli? Dove, le ginocchia della guerra?
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domenica, 29 giugno 2008
 

Agli occhi

Caro D.,
un giorno albeggiava e si parlava di avventi. Ricordo la tua pelle rattoppata con una stazione al posto del petto e la dentatura fragile dei  figli che venivano a cercarti. Questa notte potrò bere solo fino a metà orgoglio, fino a quando i liquidi non interferiranno con quelli di contrasto-e mi fa rabbia, D., sapere che le morti possono arrivare prima dei mandanti, che le case custodite guardate a vista erano solo  gelosie da quattro soldi.
Ma il mio corpo è cambiato, il seno cresciuto  per ridare agli occhi ciò ch'era degli occhi e alle mani un viaggio di microsolitudini . Le avevamo insabbiate per bene, le nostre parole.
Ora  si torna -e domani saranno alberi, foglie dal cemento.
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Scomunicare

Dallo schieramento allo strappo,
La totalità della tua immagine
é la scarsità della mia.
E per raccogliere i pochi stracci
-appesi come rami alle finestre -
Oggi che  le dichiarazioni sono  margine
Si va entrambi alla deriva.
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lunedì, 28 gennaio 2008
 

Nude

Oggi,sulla punta delle mie dita soffia il purgatorio: ovatta polverizzata che offusca la vista. E penetra.
I miei giorni -dall'ultimo del saluto al nuovo dell'abbandono- sono stati diminuiti, affilati solo per le amicizie più care, ricordi per i demoni. Eppure, Claire, sorella, in questa prima sera non ho occhi che per te.

Occhi di quando i tuoi erano sollevati all'attenti e quelli di D. bagnati come un sesso eccitato - fino alle tue mani. 
E quando D. arrivava tu accordavi la chitarra e prendevi le mie.
C'era un vecchio che passeggiava sempre a quell'ora, con l'abecedario delle sua vita sugli strumenti di lavoro e la bocca tesa per fischiare un motivo sempre uguale,stupido, tenero. Se non avesse avuto così tante rughe ,sarebbe stato mio figlio.

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domenica, 23 settembre 2007
 

         IL      EST      MORT